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born in MaMaStudiOs

13 aprile 2016

Un posto chiamato casa e l’anatomia dell’irrequietezza

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Sono nata a Livorno. Sul mare. 

Sono sempre stata abituata ad avere orizzonti sconfinati di fronte a me. Questi orizzonti molto presto si sono trasferiti dagli occhi alla mente. Così che i miei pensieri e i miei desideri volassero sempre più alto. Arrivata all’età di 18 anni Livorno non mi bastava più. Volevo toccare con mano gli orizzonti che immaginavo per me. E sono partita. Milano, 1999. Non c’erano i social network e nemmeno Skype. Anche Myspace era una realtà lontana. Abitare a Milano era come stare dall’altra parte del mondo. Ogni tre mesi tornavo a casa e a volte mi venivano a trovare i miei. Non mi mancava la mia città. Sono stati 4 anni meravigliosi. Poi sono arrivati la Liguria, Firenze, poi Madrid, di nuovo Milano e infine Roma. Quattro anni fa decisi di tornare sulla costa, sul mare, quel mare che mi aveva cresciuta con le sue onde, i suoi moti irrequieti che conosco bene perchè li porto con me da sempre.

Quattro anni fa decisi di tornare a casa. 

Avevo bisogno delle mie radici. Quando passi 15 anni della tua vita cambiando così tante città, realtà e situazioni professionali (sempre nel campo della comunicazione e del design) succede che ti perdi, che fai fatica a capire chi sei, a riconoscerti. Ero certa che tornando a casa sarei riuscita a ritrovarmi, a centrarmi di nuovo. Ed è stato così. Ma non è andata come credevo. Immaginavo che una volta arrivata nella mia terra non sarei più andata via, certa di ricomporre quello che restava della mia persona plasmandolo sui ricordi e sulla confortevole sicurezza che ti regala il luogo dove sei nata. Certa che quel sole, quel mare, quella gente potessero nutrirmi di tutto ciò di cui avevo bisogno. Invece ho scoperto che la mia irrequietezza, la mia costante ricerca di vita e di esperienze erano molto più forti di qualsiasi “casa” esistente sulla crosta terrestre.

Sono rimasta, mi sono ricomposta, rimessa in sesto, nutrita della bellezza di vivere comoda in un posto che ti vuole bene. Di vivere, finalmente, vicino alla mia famiglia. Di poter vedere le mie amiche più spesso di una volta ogni 3 mesi. Ho ristabilito priorità perdute, preso confidenza con i miei limiti, imparato ad andare più lentamente, a respirare a pieni polmoni, a prendermi il tempo di cucinare e di fare la spesa con calma. Ho preso tempo. Il mio tempo. Quello che mi serviva per attivare un nuovo sistema di consapevolezza e di volontà. Ed ho capito. Ho capito finalmente che la mia irrequietezza, il dono più grande che quel grande mare su cui sono nata mi aveva fatto, era la mia casa, e che, insieme a lei, casa erano i miei genitori, le mie amiche di Milano, di Roma, di Firenze e quelle sparse per il mondo. Casa era ed è la mia vita e tutti i luoghi che l’hanno abitata. Casa sono io, è il mio cuore. Per quanto possa sembrare retorico è la considerazione che sento più vicina alla verità che abita la mia anima. 

Ero così ansiosa di tornare a casa che non capivo che ce l’avevo dentro di me. 

Ora che so dove risiede, non avrò più bisogno di tornarci, non si torna in un luogo che ti abita dentro, anche se devo ammettere che ovunque ci sia uno specchio di acqua salata, è esattamente lì che trovo le chiavi per entrare.

Casa è quel luogo che i nostri piedi possono lasciare, ma non i nostri cuori.
(Oliver Wendell Holmes)

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Batte forte. Si scalda velocemente. È impavido e ruggente. A volte si confonde perché è emotivo. Forse troppo. Ma è bello così. Rischia sempre. Non vuole stare fermo mai. È rosso ma porta dentro di sé l'arcobaleno della vita. Io lo seguo come fosse una bussola.

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